Intervista a suor Ilona Kowalska

Posted el 20 jul, 2012

1. Come è nata in te la vocazione alla vita religiosa? Quale è stata la tua reazione?

Il mio cammino vocazionale è iniziato da un’esperienza di “vuoto”, dal sentire la mia vita senza significato, seppure non mi mancasse nulla: una famiglia felice, una carriera scolastica che si apriva innanzi a me, amici, impegno nell’assistenza sociale, ecc. Nonostante tutto ciò, qualcosa mancava dentro, e con il tempo ho scoperto che il mio cuore chiedeva qualcos’altro. C’era in me un’esigenza profonda di dare risposta a tutto ciò che si stava risvegliando dentro di me, ma non sapevo come. Così apparve una suora ospedaliera nel mio collegio. Bastò una sua parola perché qualcosa si risvegliasse in me, perché già sapevo quello che il Signore mi chiedeva, ma era difficile donarmi completamente. Cercavo, sebbene io stessa non avevo ben capito cosa mi stesse accadendo dentro. Ho avuto momenti di ribellione, in cui ho fatto la sorda, di lotta contro tutto e contro Lui. Ma non potevo continuare ad ingannarmi. Dopo alcune esperienze con le suore, sapevo che questo “vuoto” lo poteva riempire solo il Dio ospitaliero. Fu tutto un intrecciarsi di avvenimenti, di gioia e dolore, di insicurezza e Provvidenza che mi fece continuare questo cammino con forza.

 

2. Come avvenne il tuo primo incontro con la Congregazione delle Suore Ospitaliere?

Come ho detto prima, ho conosciuto le suore durante un incontro di catechesi che ci dava una suora nel mio collegio. Le parole che ci siamo dette sono risuonate in me con molta forza: “non si può amare chi non si conosce”. Sentivo questo desiderio profondo di conoscere di più il Signore e di amarlo come Lui amava me. Quello che mi ha colpito dell’incontro con questa suora era la felicità che vedevo nei suoi occhi, un senso di pienezza che mi portò a cercare altro e a lasciarmi trovare da Qualcun altro.

3. Illustraci alcuni elementi che consideri significativi per il tuo percorso come religiosa, dal tuo ingresso nella Congregazione ad oggi.

  • La tappa del noviziato – difficile a causa del fatto che dovetti lasciare il mio paese, per una realtà completamente diversa per cultura, lingua, ecc. Oggi, però, ringrazio il Signore per questa esperienza, perché da quel momento ho sperimentato che l’ospitalità è universale, ha le porte aperte, che ci richiede non solo di lasciare la nostra terra, ma anche il nostro mondo, verso le grida dei nostri fratelli. Ciò ci insegna anche molta umiltà, ma soprattutto ci rende sempre più consapevoli di essere strumenti nelle mani di Dio.
  • La relazione personale con Gesù, ogni giorno più vicina, più intima, svela questo Dio vivo, guaritore, nella mia storia personale. Un Dio che mi ha amato in modo estremo e al quale non potevo non rispondere che con il mio amore, povero e limitato, ma deciso.
  • La presenza delle suore. Per tutto il mio percorso formativo, sono state molto presenti, non posso immaginare il mio cammino ospitaliero senza di loro. Sono state presenti nell’accompagnamento durante il mio percorso formativo, molte volte facendomi da madri, compagne, amiche, con quella mano tenera ma allo stesso tempo ferma che mi incoraggiava ad andare avanti. Non posso dimenticare la testimonianza di tante suore impegnate nella missione, che mi hanno edificato molto e mi hanno insegnato ad amare e servire.
  • L’incontro con i malati – impressiona e sconvolge all’inizio, ma ti cambia totalmente la vita. Da una che si sentiva inviata a guarire e sostenere, oggi posso dire che sono stati loro ad avermi aiutata nel mio cammino di guarigione interiore, di accoglienza della mia povertà per offrirla a Dio il quale, ogni giorno, la trasforma in vita e ricchezza.

4. Come stai vivendo questo momento così importante per la tua vita?

Come un dono, un regalo, una grazia, aprirmi a tanto bene, con stupore per il tanto amore di un Dio infinito per la mia piccolezza. Non ho altri sentimenti se non di gratitudine profonda per essersi fidato di me, tra le tante altre che avrebbe potuto chiamare ad essere sua presenza misericordiosa.

Lo vivo in atteggiamento di ascolto, accogliendo e discernendo quello che mi viene offerto dalla formazione, ricca e ampia, in ascolto di questa relazione sempre più intima con Egli che mi chiede fedeltà e di lasciarmi amare.

Ma è anche tempo per chiedere, soprattutto, la Sua grazia per aprire il mio cuore, “svuotarlo” dei miei progetti e mettere la mia vita nelle sue mani, abbandonandomi a Lui, come ha detto tante volte Padre Menni.

5. Cosa significa per te la professione perpetua?

Significa mettere tutta la mia vita nelle mani di Dio, accogliere il Suo amore e la Sua fedeltà, sentire che tutto, tutto ciò che possiedo e che sono, l’ho ricevuto come puro dono da Dio e che l’unica cosa che desidero è donarmi, offrirmi, facendo si che le persone che Dio pone sul mio cammino vivano anch’esse.

Dio mi consacrerà per sempre, mi vuole con Sé per sempre, non ci sono altri motivi di gioia, gratitudine e meraviglia perché Dio si è fidato di me e desidera che io sia guarigione. Dio sigilla sempre la Sua alleanza con me, la Sua promessa di amore, con gli altri fratelli, dando oggi il volto all’ospitalità che ci lasciarono i nostri Fondatori.

6. Cosa consiglieresti alle giovani che in questo momento stanno pensando a quale strada prendere nella vita?

Che si fermino ad ascoltare quello che gli dice il cuore. So che non è facile in mezzo a tanto rumore ma bisogna farlo perché all’interno custodisce tante cose preziose e a volte per “superficialità” si può perdere tanto. C’è un amore più grande che le attende, che da sempre sogna un progetto di felicità per esse. 

Gesù Cristo è vivo, non è una storia passata, morta. Egli è vivo, è un amore che continua a chiamare e attende una nostra risposta. Ma è anche una follia, una follia che Egli percorre insieme a noi. Bisogna aprirsi, ascoltare in profondità perché Egli non vuole ingannare nessuno ma bensì aiutarci a trovare il senso della nostra vita. Se siamo nate da Lui, se siamo creature delle Sue mani, come può Lui non desiderare il meglio per noi? Non lo dico tanto per dire, ma lo dico per esperienza personale; ho lottato contro il mio vuoto interiore per tanto tempo sino a quando mi sono lasciata abbracciare da Lui.

7. Alle postulanti e novizie?

Che stanno percorrendo una strada preziosa, ma si tratta di un cammino, non di mete, perché solo Lui è la nostra meta. Le tappe formative sono “tappe” di un processo nel quale l’importante è scoprire questo amore profondo e infinito di dio, in mezzo alla nostra povertà, perché solo toccandola possiamo arrivare a toccare la povertà delle nostre sorelle della comunità e dei fratelli che soffrono. Non bisogna avere paura di nulla! Egli è sempre davanti, anche se in quel momento non lo vediamo.

In questo percorso è importante aprirsi alle mediazioni che la Congregazione ci offre e avanzare con un’attitudine di apertura, trasparenza, spogliazione interiore (non sempre facile). Perché al termine, si scopre siamo noi quelle che Dio chiama a prendere la nostra vita nelle nostre mani per donarla, offrirla con generosità. Ma, se il mio vaso è rotto, come posso portare l’acqua per appagare la sete dei miei fratelli? Se la strada che percorro, per portare l’acqua con il mio vaso rotto, la posso riempire di fiori preziosi che annaffio con la mia acqua, delle crepe devo occuparmene io, riconoscendole, amandole e lasciando che il Signore si avvicini ad esse, con tenerezza, con l’olio del Buon Samaritano, guarendole lentamente. 

State percorrendo un cammino importante, per il quale vale la pena lasciare tutto, aprire le mani, lasciare le nostre sicurezze, tutto ciò a cui siamo aggrappati affinché Egli le riempia con il Suo amore fedele e infinito.